salotti e principesse


I RACCONTI DI RAFFAELLO BARBIERA
 


Le poche righe biografiche di Raffaello Barbiera non gli rendono giustizia: egli fu uno di quegli scrittori che riescono a creare un caso letterario da un nonnulla, da un aneddoto, da un fatto di cronaca: vero giornalista, che sa mescolare il "reportage" al "commento" senza alterare la realtà dei fatti, regalando al lettore un vero godimento. Poliedrico per interessi, il Barbiera fece parte dell'intellighenzia milanese in un periodo storico e letterario molto interessante. Il suo interesse maggiore è per i fatti risorgimentali, che descrive con minuzia di particolari in diversi testi; nelle due celebri biografie, quella di Cristina di Belgiojoso e di Clara Maffei, non lesina su fatti e personaggi, maggiori o minori che siano.

Come ogni letterato che si rispetti, il Barbiera è anche un gourmet: in Carlo Porta e la sua Milano si legge: "Potete esaltare Milano come meglio vi piace, ma non colpirete mai nel giusto segno se non ricorrete al suo epicureismo. Milano ha la beneficenza ed ha il Duomo; ha la Scala ed ha il Cenacolo di Leonardo; ma la sua caratteristica ricchezza è uno stomaco di bronzo invidiabile". Segue la storia del panettone, con testimonianze della presenza del panettone nella letteratura in dialetto milanese.

Di tanti fatti di cui il Barbiera riporta nei suoi scritti, ve ne sono alcuni che meritano di essere citati per essere delle curiosità di costume che ai nostri giorni sono irripetibili: citiamo solo quello più divertente, il rapimento di una dama del bel mondo milanese da parte dei corsari (box a ds). L'altro aspetto di costume, ormai perduto da tempo, è il significato che il "salotto" aveva assunto dagli inizi dell'Ottocento per raggiungere il suo picco durante la Belle Epoque, e che pian piano andò a spegnersi fino a cessare del tutto con l'avvento della Prima Guerra Mondiale.

LA PRINCIPESSA BELGIOJOSO

La Principessa Maria Cristina Belgiojoso (1808-1871) è tra i grandi personaggi italiani del Risorgimento e della Restaurazione. Nata il 28 giugno 1808 a Milano, figlia del marchese Giorgio Trivulzio, a soli quattro anni Cristina perde il padre e la madre e resta sola con le sue tre sorelle e il fratello. Dotata di bellezza, ingegno, cultura, Cristina, ancora giovanissima, va in sposa al principe Emilio Belgiojoso. Di carattere bizzarro e in sommo grado indipendente - racconta un contemporaneo - non aveva tardato a separarsi dal marito, al quale la legava un affetto di tipo fraterno. Fu tuttavia una separazione amichevole, perchè essi, così diversi in tutto, avevano un punto di contatto: si accordavano in un alto sentimento patriottico, per cui anche lontani Cristina ed Emilio conservavano relazione continua e cordiale. Non erano due sposi, erano due congiurati: è a causa dei tradimenti del marito che la principessa baratta la di lui infedeltà con la sua libertà. Dopo essersi iscritta fra le "giardiniere" carbonare, aderisce alla fede mazziniana. Pronta a sostenere ogni sacrificio per sostenere le cospirazioni, ch'erano in quei tempi crepuscolari di operoso patriottismo, necessaria preparazione a prove maggiori, vi dedica tempo e denaro. Cristina è costantemente controllata dalle spie del regime austriaco, cosicché, nella primavera del 1830, lascia clandestinamente Milano alla volta del lago Lemano, nei pressi di Ginevra. Ma lo spionaggio non abbandona un solo attimo i movimenti della bella principessa, la quale decide di far valere l'originaria cittadinanza ticinese della famiglia Trivulzio e di così recarsi a Lugano. Grazie all'appoggio di amici, Cristina ottiene un decreto governativo che le convalida la cittadinanza svizzera. Malgrado l'assillante controllo austriaco, la principessa Cristina di Belgioioso, a Lugano, vive uno splendido periodo. La munificenza benefica e il fasto dignitoso della principessa le avevano, di colpo, guadagnata la simpatia di tutti i Luganesi. Le prestigiose frequentazioni della principessa sembrano parlare da sé sullo spessore di quest'affascinante donna, decisamente emancipata per quel tempo. Eppure, ecco cosa scrive in proposito la spia che sotto falso nome le sta alle calcagne: "La principessa Belgiojoso è una pazzerella che starebbe meglio a casa sua a Milano, che in giro sempre all'estero per farsi deridere, per compromettersi forse, e compromettere gli altri". La precisa data di partenza della principessa Belgiojoso da Lugano non è nota. Nei primi giorni del 1831 si reca in missione a Genova e in seguito, poco dopo la rivoluzione liberale in Ticino, raggiunge Mazzini in Francia, il quale sta maturando la creazione della Giovane Italia. Qui conoscerà, tra i suoi seguaci, il Thiers, il Mignet, Alfred de Musset, Enrico Heine, Niccolò Tommaseo. Il vecchio La Fayette la considera come una figliuola spirituale. Ma con Mazzini - anche lui una primadonna - l'accordo non poteva durare a lungo, anche perchè Cristina viene delusa dai tanti falsi mazziniani al seguito del grand'uomo, che non si accorgeva della differenza tra un galantuomo e un profittatore. Vede nel Conte di Cavour l'uomo di Stato atto a far risorgere l'italia, e saluta nella Casa Savoia la salvezza della patria (e scrive subito una Histoire de la Maison de Savoje). Ma Cristina è sempre soprattutto una gran dama. A Parigi tiene salotto, ospitando tra gli altri Chopin, che si manteneva suonando nei salotti e insegnando musica. E' anche noto un grande evento organizzato a Parigi dalla principessa Belgiojoso che, per l'anniversario della morte di Bellini, fa incontrare i più grandi pianisti dell'epoca, amici e nemici, che si esibivano in una gara, come i poeti di allora che si sfidavano nelle improvvisazioni. Dopo la battaglia di Magenta, tornata a Milano, Cristina vive combattendo contro gli austriaci e contro la mentalità dell'epoca, non ancora pronta per accogliere una donna tanto indipendente. L'evento senza dubbio più lieto della sua vita è la nascita di Maria Gerolama, il 23 dicembre 1838, concepita in un breve periodo di riconciliazione con il marito, che sposerà il marchese Lodovico Trotti e sarà dama della regina Margherita. La principessa Belgiojoso muore a Milano il 5 luglio 1871. Della proficua attività intellettuale della Principessa Maria Cristina Belgiojoso sono rimaste innumerevoli opere. Tra le più importanti scritte in italiano si annoverano: L'Italia e la rivoluzione italiana del 1848 (1848), Ai suoi concittadini: parole (1848), La vita intima e la vita nomade in Oriente (1855); Il 1848 a Milano e a Venezia: con uno scritto sulla condizione delle donne (1865), Della presente condizione delle donne e del loro avvenire (1866); Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire (1868); Sulla moderna politica internazionale (1869). Tra le opere scritte in francese: Asie mineure et Syrie: souvenirs de voyages (1858), Scenes de la vie turque, Histoire de la Maison de Savoje (1860).


Principessa Belgioioso
La rivoluzione italiana nel 1848
Sandron, 1904

La Principessa
Maria Cristina Belgioioso Trivulzio
nel ritratto eseguito da
Enrico Lehmann a Parigi
(collezione privata Marchesi Dal Pozzo)

La contessa
Clara Maffei
nata Carrara-Spinelli

IL SALOTTO DELLA CONTESSA ...

La donna è la vera e unica autorità nel suo salotto. È un esercizio che svolge con sapiente abilità ed a cui è stata educata per anni; l'abitudine all'ascolto, l'attenzione e il rispetto per le opinioni dell'ospite sono il frutto di un lungo tirocinio che è parte del processo educativo di una giovane donna del XIX secolo. In una società così compenetrata di socialità l'arte della conversazione viene insegnata ed affinata lungamente, non è capacità innata, ma esercizio raffinatissimo, sensibilità nell'accostare gente diversa, attenta dosatura tra parole e silenzi. Sia pure discreta, la figura della padrona di casa è predominante e, talvolta, l'esercizio della sua autorità è richiesto per sanare contrasti troppo accesi o per evitare brusche cadute di tono. Questa autorità è riconosciuta e quindi autosufficiente. Alcuni intellettuali dell'epoca hanno paragonato il salotto ad una monarchia assoluta, infatti accanto alla figura femminile centrale non si trovano altri personaggi in grado di avere altrettanto potere riconosciuto dai frequentatori del salotto. Anche quando la dama è sposata, la figura del marito appare secondaria, marginale e non incide attivamente sulle dinamiche del salotto. L'autorità non viene gestita dalla coppia, ma è esercitata singolarmente dalla padrona di casa. Questa funzione di autorità ha comunque un fondamento etico in prima istanza; in lei i membri del salotto venerano e rispettano non solo l'ospite proprietaria, ma quelle virtù della buona società aristocratica in cui tutti si riconoscono.

IL SALOTTO COME CENACOLO

Tutte le grandi dame dell'epoca tengono salotto, a cominciare dalle principesse del sangue, che vi sono obbligate per doveri di regno. Ma vi sono dei salotti famosi, tenuti da grandi dame, che divengono il luogo d'incontro deputato per intrattenere i rapporti non solo mondani, ma anche e soprattutto intellettuali. Poichè il ruolo della padrona di casa è fondamentale e solo apparentemente di supporto e mediazione, solo alle grandi personalità femminili è dato tenere un salotto che sia soprattutto riconosciuto come cenacolo, cioè che vada oltre la mera mondanità e sia patrocinatore di arte, lettere e filosofia. Nel salotto di Clara Maffei, il ruolo della padrona di casa è in realtà riconosciuto come insostituibile dai frequentatori come sottolineano le parole di Raffaello Barbiera nei suoi confronti: "La sua potenza consisteva nell'arte, così ardua, di ricever bene, di riunire nobili elementi; di essere centro d'un ordine d'idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione, nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per guidare una conversazione eletta, per annientare abilmente nel calore delle discussioni gli attriti. L'arte del ricevere (diceva) è l'arte del sacrificarsi. E quante volte la buona amica nostra si sacrificava ai gusti degli altri!... Era gentildonna nell'aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità, nella scioltezza, nel gesto, nell'anima, e nella finezza con la quale ella poneva ogni nuova persona a lei presentata accanto a un compagno di attitudini, di gusti, di studii."
Questo salotto è per mezzo secolo il salotto milanese più celebre: è riunione di patrioti, di letterati, di artisti italiani e stranieri, e di stranieri di passaggio per la metropoli lombarda. Come lo fu il salotto della Principessa Belgiojoso a Parigi, il salotto della contessa Maffei a Milano influenza i destini dell'Italia del Risorgimento, poichè offre asilo a pensatori, patrioti, letterati e artisti. E' nei salotti infatti che nell'Ottocento si fa la politica (basti pensare all'intuizione di Cavour di inviare in Francia non un ambasciatore bensì la contessa di Castiglione). Nel salotto inteso come cenacolo, si dà levatura all'arte e alla filosofia, e in tal senso può essere parallelo al circolo letterario; esso è stato sostituito in tempi moderni a quanto organizzato dalle Università o da altri enti culturali.

IL SALOTTO MONDANO

Ma è nei salotti meno protocollari che si svolge quella vita mondana senza la quale non vi sarebbero relazioni (sociali, politiche, artistiche, e financo finanziarie): all'epoca infatti non v'è telefono e le lettere sono usate per le lunghe distanze o per un contatto più intimo. Se è vero che le notizie generali si apprendono dai giornali, le notizie della vita sociale, intima, vengono passate da un salotto all'altro, perchè non v'è altro luogo dove le persone di ambo i sessi possano parlarsi, salvo forse i foyer dei teatri, ma in questo caso vi mancherebbero le fanciulle, o le passeggiate a cavallo in luoghi deputati (come il Bois de Boulogne a Parigi), ma in questo caso vi mancherebbero le vecchie signore, i vecchi signori con mal di schiena ... Nei salotti si incontrano tutti, ma proprio tutti: nei salotti si cerca marito (o moglie), nei salotti si fanno affari, nei salotti si può rovinare la reputazione di un uomo o al contrario ricevere un poco di buono abbastanza furbo da infiltrarsi per una scalata sociale; nei salotti può capitare di incontrare un'avventuriera russa o un principe arabo, la miliardaria americana in cerca di un titolo, il deputato che può aiutare in quella faccenda, il grande compositore infelice. Si parla dell'ultima novità artistica, dell'ultima azione politica, dell'ultima raccolta di versi del celebre autore, ma anche del caso del tizio o del tale, di cosa ha fatto di male ancora quello scapestrato del cadetto del conte X, oppure con chi si è fidanzata la signorina di Y. E' in realtà questo il genere di salotto che incontriamo ben più spesso nei romanzi della Biblioteca delle Signorine, romanzi che per la gran parte sono pensati e scritti nella Francia della Belle Epoque, che fece della vita mondana il fulcro dell'esistenza.

Ma come si tiene un salotto? La signora di ... stabilisce innanzi tutto qual è il suo giorno di visita: in quel giorno ella starà sempre in salotto, ben servita dai suoi camerieri, a ricevere con ogni sorta di rinfreschi e attrazioni tutti coloro che passano a pagarle visita. Le regole sono ferree: gli uomini soli non possono trattenersi più di mezz'ora, ma possono ritornare per una seconda visita in un altro momento. Le coppie possono trattenersi un po' più a lungo, ma non eccedendo l'ora. Se il salotto della signora è molto affollato e la visita pagata è solo di dovere, o si va di fretta, si può lasciare il proprio biglietto di visita sul vassoio d'argento che l'impeccabile maggiordomo presenterà all'ospite, all'ingresso: al termine della serata, la padrona di casa verificherà il nome di colui che è passato ma non si è trattenuto. Se la signora ha previsto una rappresentazione musicale, si sa che questa avverrà tra le cinque e le sei del pomeriggio: in tal caso per gli ospiti è stato previsto un parterre con poltrone e seggiole e buona creanza è di rimanere sino al termine della rappresentazione; vero è che le performances possono essere più d'una e negli intervalli è consentito lo scambio degli ospiti. La signora ha normalmente degli ospiti a cena, e si sa che questi hanno ricevuto un biglietto apposito, e i visitatori casuali della giornata sanno di doversene andare comunque verso le otto. La signora non sa esattamente quali e quante persone le pagheranno visita: è il suo status mondano che lo decreta. Il salotto della piccola provinciale potrà forse vedere tre o quattro persone, ma il salotto della gran dama parigina (milanese, romana ...) sarà affollatissimo. Per fortuna che la gran dama dispone di parecchie stanze adibite al ricevimento, e nella bella stagione anche dei giardini.

Oltre al "giorno di visita", la signora di ... è tenuta ad organizzare pranzi e ricevimenti, e più il suo stato sociale è alto, più numerosi e ricercati saranno i suoi inviti. Dato che la signora tiene un palco fisso a teatro, è facile che organizzi un semplice pranzo prima di recarvisi, ma almeno una volta ogni quindici giorni organizzarà un vero e proprio ricevimento. La serata inizia con un pranzo, al quale partecipano diverse persone, dove a fare gli onori della tavola è la padrona di casa, mentre il padrone di casa fa gli onori del salotto da fumo. La serata prosegue con l'arrivo di altri invitati per un trattenimento musicale in salotto; sta alla padrona di casa selezionare l'artista - può essere una cantante dell'Opéra, un valente violinista, o altro. A seguire, una conferenza tenuta da un esponente dell'Académie Française, oppure da un filofoso, o da chiunque sia dotato di spirito brillante, cultura e prestanza. Entrambi gli intrattenimenti devono essere brevi e, ça va sans dire, piacevoli.

LA CONTESSA CLARA MAFFEI


Elena Chiara Maria Antonia Carrara-Spinelli nacque a Bergamo il 13 marzo 1814 dal conte Giovanni Battista e Ottavia Gambara. Il padre insegnava belle lettere in case patrizie come i Litta Visconti ed è autore di odi e poesie e tragedie per il teatro - oggi dimenticato. Egli si fece riconfermare il titolo dal governo austriaco, come la gran parte dei patrizi del lombardo-veneto. La bimba venne chiamata Chiarina in omaggio alla poetessa Chiara Trinali, e con questo diminutivo venne sempre chiamata da tutti (Chiarina o Clarina). Compì i suoi studi nel collegio degli Angeli di Verona, e dopo la precoce morte della madre fu messa nell'istituto di Madame Garnier a Milano. Dall'istituto passò direttamente all'altare, con un marito scelto dal padre: Andrea Maffei, bel giovane di oltre trent'anni, poeta allora in voga. Clara acconsentì e appena diciottenne il 10 marzo 1832 divenne la signora Maffei, titolo che non portò mai, conservando quello paterno: contessa Maffei fu sempre chiamata da tutti. Si stabilirono in via del Monte di Pietà in una bella casa stile Impero, dove nacque una bimba che fu chiamata Ottavia come la nonna materna, ma che non arrivò a compiere l'anno. Un velo di tristezza da quel momento offuscò per sempre gli occhi di Clara Maffei. Il marito per distrarla iniziò a portarle in casa degli ospiti: poeti e letterati in voga, artisti, e in questo è aiutato dal padre di lei: inizia così lentamente a formarsi quel salotto così ben frequentato e che doveva divenire così celebre. Tommaso Grossi è uno dei primi amici e fondatori del salotto Maffei, e appunto al 1834, anno della pubblicazione del Marco Visconti, Raffaello Barbiera fa risalire la nascita ufficiale del salotto. Anche D'Azeglio lo frequenta, Francesco Hayez, Giulio Carcano. Nel febbraio del 1837 Balzac venne a Milano e fu accolto sia in casa Manzoni sia in casa Maffei. Alla contessa dedicò nel 1842 il racconto La fausse Maitresse, inserito nel ciclo delle Scènes de la vie privée.

Nel 1838 giunsero a Milano Liszt e la contessa d'Agoult, che ebbero accesso al salotto Maffei ma furono rifiutati da altri: Marie d'Agoult era incinta e si vedeva, e ciò offendeva la morale. Liszt sonò nel salotto Maffei diverse volte, e con lui il suo allievo prediletto, Hermann Cohen. Anche il pianista Sigismondo Thalberg, all'epoca famosissimo, sonò nel salotto di Clara Maffei.
Non mancavano personaggi ben noti dell'epoca, come l'eccentrica contessa Giulia Samoyloff, o Giuditta Turina che fu amante di Vincenzo Bellini. Anche Rosa Poldi Pezzoli, figlia del marchese Giangiacomo Trivulzio e della marchesa Beatrice Serbelloni, teneva un famoso salotto mondano e letterario, ma il suo nome rimarrà per sempre legato a quella straordinaria raccolta d'opere d'arte che oggi orna il museo che porta il suo nome.
Il 9 marzo 1842 fu dato il Nabucco alla Scala, che rivelava un nuovo genio; in tale occasione la contessa Maffei conobbe Giuseppe Verdi, che le sarà amico fidato sino all'ultimo giorno. Anche nella villa di Clusone, nel bergamasco, dove Clara Maffei trascorreva l'estate, Verdi e Carcano frequentavano il salotto estivo della contessa, assai più intimo. Nel 1847 si giunse perfino ad una collaborazione tra gli amici, Carcano pubblicando la propria traduzione del Macbeth shakespeariano, Verdi concludendo il suo Macbeth (che fu dato a Firenze), e Andrea Maffei collaborando con Piave per il libretto verdiano.
Molti i poeti e letterati frequentatori del salotto Maffei: Giovanni Prati, Giovanni Torti, il Berchet, Giuseppe Arconati-Visconti, Giovanni Battista Niccolini, Giambattista Bazzoni, il matematico Francesco Brioschi, fondatore del Politecnico, Giuseppe Giusti. Questi arrivò a Milano nell'estate del 1845, e venne ospitato in casa Manzoni per un mese e accolto come un amico anche dall'immancabile Grossi. Il Giusti aveva una fobia: quella di morire idrofobo, essendo stato morso da un gatto anni addietro, a Firenze, e tale paura lo rendeva triste, nonostante cercassero di divagarlo gli amici, tra i quali la marchesa Luisa d'Azeglio, la marchesa Carolina Litta Modignani, i marchesi Arconati, i Serbelloni, i Trotti.

Il salotto Maffei inizialmente è puramente artistico letterario e mondano, ma dopo le Cinque Giornate divenne anche politico, e fortemente: la contessa Clara si fece convinta mazziniana. Frquentavano il salotto Luciano Manara, Enrico Cernuschi, Carlo Tenca. Quest'ultimo suscitò un grande affetto in Clara Maffei, e per una decina d'anni regnò da signore nel celebre salotto. Il matrimonio tra Andrea e Clara era ben presto passato ad una cortese convivenza, e lei, pur semplice e casta, aveva suscitato varie volte l'ammirazione, se non la passione, in coloro che la frequentavano senza esserne toccata, ma Tenco fu l'unico uomo che le ispirò un vero sentimento; le cose rimasero sempre improntate alla correttezza più assoluta (secondo Raffaello Barbiera), ma Andrea Maffei sapeva che l'affetto di Clara era andato tutto a quell'uomo. Uomo d'ingegno e patriota: fu lui a fondare e dirigere per oltre un decennio quel foglio di gloriosa resistenza allo straniero, Il Crepuscolo, settimanale di letteratura, scienza, arte, industria, dove veniva trasmesso il credo mazziniano ma senza mai parlare dell'Austria direttamente, bensì con velate allusioni perfettamente comprese dai milanesi. Il Crepuscolo uscì con il primo numero il 6 gennaio 1850, una domenica, e cessò le pubblicazioni solo dopo la liberazione della Lombardia. Uno dei motivi di allontanamento di Clara dal marito fu anche il fatto che egli non si volle mai porre contro l'establishment governativo. Però giocava anche, e il 16 giugno 1846 i coniugi Maffei firmarono la separazione con atto notarile steso da Tommaso Grossi, il quale salvaguardò la dignità di entrambi facendo passare per necessità di salute la scelta di lei di stabilirsi nella villa di Clusone (che aveva ereditato dalla madre) "per non voler aggravarlo del maggior dispendio che importerà l'andamento di due case separate" e facendo così cessare la convivenza coniugale.

La separazione dei coniugi Maffei portò come conseguenza la divisione del salotto: lo smagliante periodo letterario e artistico si concluse, Andrea Maffei avendo condotto con sé i propri amici. Clara Maffei, che dal 1842 abitava in un appartamento di palazzo Belgiojoso, a due passi dalla casa del Manzoni al quale faceva visita immancabilmente ogni domenica dopo la messa (*), si trasferì in via del Giardino n° 46 (oggi via Alessandro Manzoni) e dopo il 1850 in via Bigli n° 21, dove morì. Qui il salotto di Clara Maffei assunse le proporzioni di cenacolo politico. E' al principio del 1848 che i milanesi iniziarono le ostilità verso gli Austriaci e si ebbero le prime scaramucce. Clara Maffei ed altre dame della buona società come la marchesa Bentivoglio e la contessa Giustinian iniziarono a raccogliere offerte per i comitati anti straniero. Le misure militari austriache infuocarono gli animi finchè la morte del liberale filosofo Carlo Ravizza, di cui fu vietato il corteo funebre e trafugata la salma da parte della polizia, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Si ebbero così le rivolte e le Cinque Giornate di barricate, durante le quali palazzo Trivulzio venne trasformato in ospedale e tutte le signore della buona società in infermiere. Il 22 marzo 1848 gli Austriaci fuggirono e gli insorti presero il Castello, dove con orrore scoprirono centinaia di cadaveri.

I frequentatori del salotto Maffei cambiarono: il conte cesare Giulini Della Porta, il marchese Anselmo Guerrieri-Gonzaga, Cesare Correnti, il medico Agostino Bertani. Nel 1848 si incontrarono dopo anni le due figure femminili risorgimentali per eccellenza: la principessa Cristina Belgiojoso e Clara Maffei. La principessa rientrò a Milano dal volontario esilio parigino all'indomani delle Cinque Giornate a capo d'un battaglione di volontari napoletani, armati a sue spese. Caduta Milano, essa andò a Roma dove diresse un ospedale per i feriti di guerra, e da Roma andò in Asia Minore con la figlia Maria. Nell'agosto dello stesso anno rientrarono gli Austriaci a Milano e per un anno non vi furono che rappresaglie e poveri giustiziati. Radetzky stesso prese residenza a Villa Reale e cominciò a tassare i ricchi milanesi mentre i soldati tartassavano i poveretti.

Clara Maffei, insieme con Carlo Tenca e la madre di lui, riparò a Locarno dove incontrò Giuseppe Mazzini, ma il "grand'uomo" non capì la donna e non volle farsi capire. E' un fatto che Clara Maffei, col tempo, perse fiducia in Mazzini e rivolse le sue speranze verso il suo rivale, Camillo Benso conte di Cavour.
Dopo il 1849 i frequentatori del salotto Maffei sono tutti patrioti e cospiratori. Oltre a Tenca, v'erano i fratelli Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio Allievi, Giuseppe Finzi, Giuseppe Zanardelli e Gabriele Rosa, reduce dallo Spielberg, Carlo Cattaneo, Carlo De Cristoforis, il giovane Emilio Visconti-Venosta e tanti altri. Egualmente patriottico e famoso era l'altro salotto milanese, quello di casa d'Adda. Dopo l'interruzione per i moti, il salotto di via Bigli riaprì i battenti nel 1850. Non v'erano solo uomini, si capisce: alcune delle più note e belle donne della Milano aristocratica che frequentavano i circoli andavano anche da Clara Maffei. Tra queste, donna Saulina Viola Barbavara, Fanny Bonacini-Spini (poi moglie dell'Allievi), le signore Bianconi-Robecchi, tre sorelle bellissime, una delle quali adorata dal duca Antonio Litta. Il salotto Maffei era aperto tutti i pomeriggi fra le tre e le sei e tutte le sere dopo cena sino alla mezzanotte. Mancava Giuseppe Verdi, ritirato a Sant'Agata, con il quale Clara Maffei intrattenne lungo e affettuoso carteggio.

Gli amici di Clara Maffei eran tutti collaboratori del Crepuscolo, o del satirico L'uomo di pietra, e il salotto somigliava molto ai comitati mazziniani detti "Pensiero e azione" che si venivano formando nel Lombardo-Veneto. Tuttavia Mazzini assunse sempre più il ruolo dell'agitatore, che propone rivolte ma non è più affidabile, soprattutto dopo la salita al potere di Napoleone III in Francia. Gli intellettuali allora guardarono al Cavour, ministro di un libero stato alleato della Francia, alla quale guardavano anche i veneziani. Casa Savoia viene acclamata, purchè faccia l'Italia. Tra il 1853 e il 1854 nuove restrizioni e rappresaglie da parte del governo austriaco, nonché fucilazioni e incarcerazioni di patrioti, portarono ad un clima di terrore; non furono risparmiate le perquisizioni persino nelle case patrizie dei salotti: non fu tuttavia perquisita l'abitazione di Clara Maffei. Nel 1854 la guerra di Crimea distrasse un poco gli animi, e finalmente nel 1857 l'Austria concesse l'amnistia generale. Nel 1858 morì l'odiato Radetzky e Milano venne governata da Massimiliano d'Asbugro, fratello dell'Imperatore, con magnanimità e buon senso, ma i milanesi tennero duro. Quando Francesco Giuseppe venne in visita a Milano, Carlo Tenca fu pregato di annunciarne l'arrivo sul Crepuscolo, ma egli rifiutò.

Nel 1859 gli avvenimenti precipitarono. Garibaldi conferiva con Cavour, e nel frattempo i giovani milanesi espatriavano in Piemonte per prepararsi alla guerra, e Clara Maffei, come molti altri, raccoglieva denari per equipaggiare i meno abbienti. In febbraio partì da Milano Massimiliano d'Asburgo, e Cavour riuscì a persuadere Napoleone III a calare il proprio esercito in Italia quando l'Austria dichiarasse guerra al Piemonte, cosa che puntualmente avvenne in aprile. Garibaldi si mise alla testa di una legione di volontari, i famosi Cacciatori delle Alpi. Iniziarono così le battaglie per la liberazione, sulle quali non ci dilungheremo, essendo questo il racconto della vita di Clara Maffei e non quello del Risorgimento, anche se l'uno fu incastonato nell'altro.
Nel celebre salotto comparvero i garibaldini, non ancora vestiti di giubbe rosse. Fra costoro, spiccava un giovane altro e bruno: Ippolito Nievo, il quale tra una battaglia e l'altra non cessava di scrivere. Ma come un fulmine a ciel sereno fu firmata la pace di Villafranca: i francesi furono esecrati e le signore portavano al collo una fila di perle dette "lacrime di Venezia"; i milanesi si dichiararono fratelli dei veneziani. Nel salotto della contessa Maffei era appeso un quadro di Franceso Hayez, "La veneziana Valenzia Gradenigo davanti agli inquisitori di Stato" che rappresentava agli occhi di Clara Maffei la triste condizione della città (che venne liberata solo nel 1866).

La sera del 31 dicembre 1859 vi fu un mermorabile ricevimento nel celebre salotto, dove si festeggiava l'arrivo del "primo anno della redenzione italiana"; la poetessa teramana Giannina Milli, sempre accompagnata dalla madre, improvvisò come suo costume un sonetto sulla libertà. Qualche giorno dopo Clara Maffei l'accompagnò a far visitia a Manzoni, il quale ne apprezzò le doti di improvvisatrice, commentando "E pensà che mi, per fa' ona strofa sola, ghe metti tre giornad, e poeu sont amalaa!"
Camillo Cavour, primo ministro del Regno, visitò Milano, e così fece Vittorio Emanuele II. Balli, feste, ricevimenti e rappresentazioni teatrali non si contavano. Le dame della migliore società gareggiavano in bellezza e amabilità, e il primo sindaco di Milano, il conte Antonio Beretta, offriva feste sontuose. Cavour aveva conquistato i milanesi, che se lo disputavano; quando andava a Milano, alloggiava a palazzo Antona-Traversi, in via del Giardino. Il salotto Maffei aveva rivisto vecchi amici come Massimo d'Azeglio, inviato da Cavour come governatore, oppure ne vedeva di nuovi, come gli ufficiali piemontesi o il veneziano Luigi Luzzatti, che diventerà presidente dei ministri; i poeti Emilio Praga, Franco Faccio ed Aleardo Aleardi (il cui vero nome di battesimo era Gaetano), Emilio Broglio, i fratelli Camillo e Arrigo Boito. Quest'ultimo conobbe Verdi a Parigi, munito di un biglietto di presentazione fornitogli dalla contessa Maffei. Che nel 1864, compiendo i cinquant'anni, diede un magnifico ricevimento e venne omaggiata da una poesia di Praga musicata da Faccio, intitolata La Cinquantina.

Nel 1866 di nuovo vi furono i combattimenti per la liberazione di Venezia, funestati dalle disfatte di Custoza e di Lissa, ma infine le truppe italiane entrarono a piazza San Marco; due anni dopo furono rimpatriate le spoglie di Daniele Manin. Tutte queste vicende furono seguite con il consueto ardore patriottico dal salotto Maffei. Carlo Tenca, all'epoca eletto deputato e dimorante a tempi alterni a Firenze per seguire i lavori della Camera, invitò Clara Maffei a ricevere Eugenio Legouvé ed Enrico Martin, i quali avevano accompagnato la bara di Manin da Parigi a Venezia. Infine arrivò l'occupazione di Roma e l'unificazione di'Italia; Carlo Tenca si trasferì a Roma, la nuova capitale. L'amicizia amorosa tra lui e Clara Maffei si cangiò in un sentimento d'affetto fraterno; lunghe lettere tra i due sopperivano agli incontri del passato.
Clara e il marito non si videro per diciotto anni di seguito. Si incontrarono solo il 29 novembre 1868, in casa di donna Laura d'Adda, poi moglie di Giovanni Visconti-Venosta. Sorpresi ambedue da un incontro imprevisto, accadde che Andrea Maffei, al quale si era indebolita alquanto la vista, non riconoscesse la moglie; superata l'impasse, i due conversarono amabilmente e, commentando un sonetto del Manzoni che Clara aveva in mano, passarono a darsi del tu. Clara Maffei raccontò minutamente il fatto nelle lettere a Tenca, dicendo anche di aver cancellato dall'anima ogni vecchio rancore. L'anno seguente il cavalier Maffei si ammalò di antrace mentre era a Firenze; saputolo, Clara accorse al suo capezzale. Dimorò in albergo per un certo tempo, profittandone per visitare Firenze, e venne ricevuta nei migliori salotti; a sua volta aveva ricreato nel suo albergo un piccolo salotto. Si parlò molto della riconciliazione tra i coniugi Maffei, ma questa non avvenne mai, anche se Andrea Maffei prese a recarsi saltuariamente nel salotto di sua moglie, e le faceva privatamente visita assai spesso. Nel 1870 pubblicò una traduzione del Childe Harold di Byron con l'editore Felice Le Monnier, dedicata a Clara Maffei Carrara-Spinelli.

Negli Anni Settanta comparvero nuovi nomi nel salotto Maffei: il giovane esordiente Giovanni Verga, la contessa friulana Caterina Percoto, e una giovane sposa felice: Evelina Mancini Cattermole. Nel 1875 il fatale duello tra il marito e l'amante fece scalpore, ed Evelina, mai più ricevuta in un salotto, si rifugiò a Roma. Qui, con lo pseudonimo di Contessa Lara, esordì con un volume di versi dove non risparmia i dardi contro le signore che la snobbano. Riportiamo il sonetto "L'angelo della famiglia" che ben dipinge certe dame salottiere.
Nel salotto Maffei si faceva naturalmente molta musica: Antonio Bazzini e il suo allievo Alfredo Catalani, il pianista Adolfo Fumagalli, e celebri cantanti come Teresa Stolz. Ogni estate prima di partire per la villa di Clusone, dove veniva immancabilmente raggiunta da Tenca, Clara Maffei offriva ai suoi ospiti un ricevimento musicale, così com'era tradizione quello del 31 dicembre di ogni anno.

Infine arrivò anche la vecchiaia e con questa la stanchezza, e con questa il salotto andò pian piano spegnendosi. Il 4 settembre 1883 morì Carlo Tenca dopo una malattia che vide Clara Maffei recarsi tutti i giorni al suo capezzale, in via Andegari n° 12, dove da sempre egli viveva solo con una domestica; il 27 novembre 1885 morì anche Andrea Maffei di un colpo apoplettico. Nel 1886 Clara Maffei venne colpita da una meningite che la costrinse a letto, dove morì il 13 luglio. Al capezzale era accorso anche Giuseppe Verdi, l'amico fedele di tutta una vita, ma forse Clara non lo seppe. Un giovane scultore, Ettore Strauss, prese la maschera del volto.
Nel testamento, Clara Maffei si ricordò dei poveri di Clusone, ma il suo erede fu il nipote Cesare Olmo. Ella lasciò scritta l'epigrafe per la sua tomba, che recitava: "Implorate misericordia e pace all'anima di Clara Carrara-Spinelli Maffei", ma gli amici vollero erigere una stele sulla quale furono incise lunghe epigrafi di Ruggero Bonghi.

(*) Leggiamo in Raffaello Barbiera che ogni domenica dopo la messa la contessa Maffei visitava Alessandro Manzoni nella sua casa in via del Morone n° 1, e conversava a lungo con lui. Il poeta la riceveva nella sua stanza di studio al pianterreno, e d'inverno la faceva sedere al caminetto, del quale attizzava di continuo il fuoco, lunsingato di spiegarvi un'arte speciale che lo rendeva più contento che dei suoi scritti. Nella buona stagione accoglieva la contessa in giardino, dove passeggiava e fumava. Clara Maffei venerava Manzoni, e lo chiamava "il nostro grande santo uomo". Ne riportava i detti più preziosi in un suo libro di memorie. Un aneddoto curioso: un giorno la contessa ricevette in dono un bellissimo mazzo di fiori e lo manda subito a Manzoni; questi li rimanda alla nuora, Giovanna Visconti moglie di Pietro, la quale entusiasta pensa di farne omaggio gradito ... alla contessa Maffei.

Il salotto della Contessa Maffei nella sua abitazione in via Bigli (Milano).
La descrizione che ne fa Raffaello Barbiera è quella di due comode stanze, addobbate con velluti oscuri,
specchi veneziani, quadri ad olio di Hayez, incisioni di Calamatta,
ritratti d'amici alle pareti; trine finissime sulle poltrone e sui divani, e vasi e vasi ricolmi di fiori;
preziosi gingilli sulle mensole e candelabri sul pianoforte.

Photo source: Archivio Biblioteca Braidense, Milano


La villa di Clusone veduta dal giardino sul retro
Photo source: Archivio Brandolini-Morgagni


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L'ITALIANA IN ALGERI


In Passioni del Risorgimento Raffaello Barbiera racconta minutamente l'avventura tragico-romantica di una signora del bel mondo milanese, riportata dalla Principessa di Belgiojoso, alla quale si fa collegare la nota opera rossiniana.

Antonietta Frapolli Suini - sorella della signora Frapolli Ruga la quale, maritata ad un ottimo uomo, Carlo Ruga, divenne l'amica del principe Belgiojoso, poi di Vincenzo Toffetti, un nobile veneziano - nel 1805 fu protagonista di un'avventura: fu rapita da corsari algerini mentre faceva una crociera nel Tirreno: come d'uso, le belle donne trovate a bordo delle navi assalite dai corsari venivano portate al Sultano, che riteneva per sé quelle che gli aggradavano e rimandava ai corsari le altre, che le vendevano come schiave al miglior offerente. I mori avevano schiavi e schiave europee nelle loro case e il traffico delle schiave bianche per gli harem dei ricchi era intenso e il loro prezzo saliva a cifre esorbitanti a seconda della bellezza. Sin dal secolo XV avvenivano razzie sui mari a questo scopo e numerose sono le storie di questo tipo avvenute nel corso del tempo. I corsari erano desiderosissimi di catturare merce scelta e ambita come le dame europee, così come le more ed altre orientali erano ricercate dalla Venezia repubblicana.

La bella milanese dunque, giunta ad Algeri, fu presentata al Bey (che governava in nome del sultano d'Algeria) che se ne innamorò perdutamente. Pochi anni dopo gli algerini venivano battuti dai Francesi: può essere che in questo frangente da dama trovasse il modo di venire rimpatriata, in ogni caso non si seppe mai precisamente come abbia potuto lasciare Algeri, ma pare che sia ritornata libera senza riscatto, a bordo di un vascello veneziano.
La sua storia viene raccontata, senza far nomi, in La vita intima e la vita nomade in Oriente della Principessa di Belgiojoso e rievocata in seguito da Raffaello Barbiera che della vita e delle opere della principessa si era molto occupato.
Due furono le donne milanesi rapite in quell'incontro, non una sola: l'altra, Olimpia Audouard, riusciva anch'essa in seguito a rendersi libera. Olimpia Audouard, nata Felicité Olympe de Jouval, passò qualche tempo in un serraglio al Cairo, ma non vi lasciò la vita. Scrisse dei suoi viaggi in Les mystères du Sérail et des harems Turcs (1863) e Les mystères de l'Egypte Dévoilés (1864); morì a Nizza nel 1890.

La sera dei 9 agosto 1815 alla Scala ci fu la prima rappresentazione milanese de L'Italiana in Algeri di Gioachino Rossini (1792-1868) la cui prima era stata data a Venezia al Teatro San Benedetto 22 maggio 1813. Il librettista, Angelo Anelli (1761-1820), aveva tratto
l'argomento dalle avventure della bella milanese rapita in Oriente.
Quando all'avventurosa dama milanese si rammentava il soggiorno in Algeri essa rispondeva soltanto con un sorriso, facendo intendere che non le fosse ignota l'arte che Isabella nell'Italiana in Algeri bene esprimeva: "Già so per pratica qual sia l'effetto d'un guardo languido d'un sorrisetto.... so a domar uomini come si fa". Antonietta Frapolli seppe dominare l'harem del Bey, confermando fin d'allora quello che l'Anelli più tardi scriveva nel libretto dell'opera: "Le femmine d'Italia son disinvolte e scaltre e sanno più dell'altre, l'arte di farsi amar". E Gioacchino Rossini, grande spirito di umorista, non lasciò sfuggire tale primizia per un'opera che doveva ottenere un grande successo in seguito. Nella famiglia di lei non si amava di ricordare l'avventura, che in gran parte a molti rimase sconosciuta. Ma certo nell'harem algerino non aveva incontrato troppi dolori. Essa fu veramente avvenente e formosa: a cinquant'anni, appena ne dimostrava una trentina.

La storia è documentata non solo dalla Principessa Belgiojoso (che forse aveva dei motivi per non risparmiare la Frapolli), ma anche nelle memorie inedite del vice-presidente del Governo di Lombardia, don Giovanni Bazzetta, morto a Milano nel 1827, dopo aver partecipato alla Reggenza del 1814 e ad alti uffici di governo. Si legge: "Nell'anno 1805 avvenne da parte delle bande algerine scorritrici del mare, il rapimento di Antonietta Frapolli di questa città di Milano, mentre in un veliero con altri viaggiatori passava sul mare Mediterraneo fra Sicilia e Sardegna e fu tratta con quelli alla corte di quel pascià, in Algeri, dove di essa si invaghì quello che in Algeri aveva comando. Come la notizia della sua prigionia fu pervenuta, dopo più di tre anni, in Milano e nati da ciò molti parlari in tutta la città, di sua liberazione si prese interesse questo Governo non potendosi compatire che ancora da corsari levantini si potessero rapire persone di qualità, ma non fu possibile venire a capo di liberarla. Solo dopo qualche tempo essa fece ritorno in questa città di Milano, nè mai si seppe precisamente per quali vicende uscisse di schiavitù, restandosi tutti in dispetto che quei corsari per la loro insolenza non potessero essere penduti ad altissime forche a salutare spettacolo dei lidi tutti d'Africa e di Soria".

Delle sue avventure è rimasta, coll'opera rossiniana, la grande verità contenuta nella cabaletta finale: "La bella italiana venuta in Algeri, insegna agli amanti gelosi ed alteri, che a tutti, se vuole, la donna la fà".

Andrea Maffei, poeta e traduttore
(1798 - 1885)

Carlo Tenca, letterato e deputato (1816 - 1883)

Giuseppe Mazzini (1805-1872)
in una incisione
di Luigi Calamatta

Camilla Benso conte di Cavour
(1810-1861)
in una fotografia del 1859

"Venezia desolata
abbraccia Milano liberata"
quadro di Antonio Zona esposto a Brera nel 1860

Giannina Milli (1825 - 1888)

LA CINQUANTINA

Siam venuti, donna Clara,
Per veder la Cinquantina,
Quella dama tanto rara
Che le giunse stamattina;
Ma dov'è? non è arrivata?
O è nascosta in mezzo ai fior?...
Ah, burlata - è la brigata:
Quella dama è lunge ancor!

Venne, infatti, stamattina,
Ma fermossi un sol momento;
All'ignota pellegrina
Non garbò l'appartamento.
E in uscir, dicea sdegnata:
Troppi vezzi!... Troppi fior!...
Ah, burlata - è la brigata:
Quella donna è lunge ancor!

L'ANGELO DELLA FAMIGLIA

E' giornata di visite: ella ha corso / più di quattr'ore per salotti e sale, / Spigliata, allegra; e tra un sorriso e un sorso / di té, del mondo intero ha detto male.

Caro soggetto d'ogni suo discorso / Un'onta, un tradimento coniugale, / Un lucro infame; ogni parola un morso; / Ogni si dice un perfido pugnale.

Or dietro le calunnie, ira, disprezzo, / E chi lo sa? forse un delitto; ed ella / Torna serena a la famiglia in mezzo;

Canticchiando si spoglia; indi, la sera / Di pie congreghe, di virtù favella, / Mentre insegna a' suoi bimbi una preghiera.

La tomba di Clara Maffei
al Cimitero Monumentale di Milano,
scolpita da S. Pisani

Nel 1895 uscì il volume di Raffaello Barbiera Il salotto della contessa Maffei, che abbiamo riassunto in questa pagina. La poetessa Elisa Tagliapietra Cambon, dopo averlo letto, pubblicò su L'Illustrazione Italiana questa ode in versi, che il libro le aveva ispirato:

A CLARA MAFFEI

Cinque lustri passarono in brev'ora / a te daccanto, nel tuo dolce ostello; / ed il tempo lontano che scolora / rivissi teco e ne sentii l'appello.

Vissi con quel che a te furo diletti / e che un dì nella vita anch'io cercai; / divisi teco i più sereni affetti, / teco, donna gentil, piansi ed amai.

Oh, da sì lungo tempo io ti conosco / che in ogni piega del tuo core io vedo / e in quel cor, ove nulla erra di fosco / come nel guardo tuo, fidente io credo!

Tu sei simile a un fiorellin di serra / delicato e gentil che ogni aura spezza, / ma in te l'amore della patria terra / crebbe gigante ed ebbe una fortezza.

E nella lotta lunga e faticosa / l'amò sicura l'esile persona / con l'occhio attento, colla man pietosa, / con l'anima che freme e che perdona.

E lo sguardo soave e la parola / benefica passar sul cor dei mesti / come uno spiro che il dolore invola, / come una face che nell'alma resti.

Eri calma e serena, e pur turbasti / più d'un'alma viril robusta e sana; / eri mite, eri pia, ma pure amasti / spezzando ardita ogni barriera umana.

E la fierezza del tuo nobil core / impose al mondo che guardò stupito / il tuo fervido amor senza rossore / sicura all'ombra dell'onore avito.

Oh! te felice che passasti eletta, / tra eletta schiera, nell'umana folla / ed a quei sommi fortemente stretta / giungesti là dove ogni cosa crolla.

Ma del cammino tuo l'orma leggera / rimase impressa sul terren fecondo, / e nuovo olezzo come a primavera / dan oggi i fiori che lasciasti al mondo.